Accademia del Pizzocchero di Teglio

Il grano saraceno

Fonte: Giancarla Maestroni 

Il grano saraceno, a differenza dei veri cereali, appartenenti alla famiglia delle Graminacee (Monocotiledoni), è in realtà uno pseudo cereale della famiglia botanica delle Poligonacee (Dicotiledoni). Il nome scientifico è Fagopyrum esculentum, localmente è chiamato furmentùn, meno frequentemente formentön o fraina.

Originario delle montagne della Cina meridionale (Yunnan), dove sono state reperite forme spontanee di Fagopyrum esculentum, risulta coltivato nell’Asia orientale (Cina, Corea, Giappone) almeno dal 2°- 1° secolo a.C. Si è diffuso dapprima nei Paesi del versante sud dell’Himalaya (Nepal, India Pakistan), poi percorrendo le vie dei Mongoli dalla Siberia alla Russia è giunto, attorno al 1400, in Europa Centrale (Germania); in Italia, le prime testimonianze sono degli inizi del 1500, epoca nella quale il grano saraceno era già conosciuto nel Veneto, chiamato “frumentone”.

La presenza in Valtellina è attestata in una descrizione del 1616 nell’opera Raetia di Giovanni Guler Von Weinech, governatore grigionese della Valle dell’Adda che, elencando i prodotti del Terziere di Mezzo, menziona anche il grano saraceno.

Nei secoli successivi, fino ai primi decenni del 1900, la coltura ha continuato ad essere elemento portante per l’alimentazione della comunità valtellinese, ma in seguito è andata sempre più restringendosi per l’aumentata disponibilità di cereali considerati di maggior pregio (frumento e mais). Dal Dopoguerra si assiste a profonde trasformazioni del paesaggio agrario valtellinese: ad eccezione della fascia dei terrazzamenti destinati alla viticoltura per la produzione di vini pregiati e ad alcune zone reputate adatte a nuovi impianti di frutticoltura, la cerealicoltura di montagna viene praticamente abbandonata, riducendo la produzione locale a qualche piccolo appezzamento, giusto per non perdere la semenza come vanno dicendo alcuni anziani.

 

Dagli anni ’90 del secolo scorso, benché le superfici messe a coltura continuino ad essere limitate, si assiste a una buona ripresa, non solo in Valtellina.

A testimonianza di questo fatto ci sono le numerose prove di coltivazione in diverse località delle Alpi e degli Appennini e le sperimentazioni sui prodotti alimentari derivati da questa specie, che ha riscontrato un rinnovato interesse per essere privo di glutine e per le sue importanti proprietà nutrizionali.

In Valtellina la coltivazione tradizionale del grano saraceno ha continuato ad avvicendarsi, in seconda coltura, dopo un cereale vernino (segale, orzo e frumento) in un’ottica di rotazione agraria. Oggi a Teglio vengono messi a coltura con grano saraceno circa 18 ettari di terreno, in parte con semente autoctona e in parte con quella di importazione, proveniente dal Nord Europa. La coltivazione della varietà autoctona si deve confrontare con il rischio di ibridazione, una minore resa nella produttività rispetto alle cultivar estere, un costo di lavorazione che comporta un prezzo triplicato rispetto a quello del grano di importazione.

La sfida è quella di continuare a sostenere questa coltivazione tradizionale, che per quanto presenti delle criticità, rimane un fiore all’occhiello per Teglio e la Valtellina.